Cardiofobia: quando l’ansia gioca brutti scherzi al cuore.

Paure cardiache
Una fitta al petto, un battito troppo accelerato e subito il pensiero è “sto per avere un infarto.”
Corsa al pronto soccorso in preda a un attacco di panico.
Ma dopo tutti gli accertamenti del caso la risposta è sempre la stessa: nessun problema cardiaco, il cuore è sano.
Nonostante ciò però la rassicurazione dura poco.
La paura di avere un cuore che potrebbe fermarsi o esplodere da un momento all’altro resta e continua a limitare la quotidianità.

Cos’e’ la cardiofobia
La cardiofobia è una delle fobie patofobiche più presenti.
Spesso insorge in persone che hanno familiarità con problemi cardiaci, ma può insorgere anche improvvisamente, spesso a seguito di un attacco di panico in cui si fa esperienza di una spaventosa tachicardia.
In inglese viene definita “heart focused anxiety”, ovvero ansia per i sintomi cardiaci.
Chi ne soffre ha il terrore dei sintomi cardiaci e cardiocircolatori: fitte, aritmie, dolori al braccio, fastidi al petto, gambe gonfie, etc.
Il sintomo più temuto tra tutti è il cardiopalmo, ovvero la percezione di un battito accelerato e irregolare.
Vive nella paura costante che da un momento all’altro possa morire a causa di un problema cardicircolatorio, più frequentemente si temono infarti e ictus.
A differenza della classica ipocondria, qui la paura è specifica, c’è un apparato temuto e non diversi.
La paura è più focalizzata su una morte improvvisa e fulminante piuttosto che su malattie a lungo termine.
Ogni sintomo avvertito conferma la paura che il proprio cuore stia per fermarsi o esplodere o che stia per sopraggiungere un ictus.
La paura è così forte da arrivare spesso al panico.
La cardiofobia si configura di fatto tra le condizioni più frequenti alla base degli attacchi di panico.

Il circolo vizioso della cardiofobia
Chi teme per il proprio cuore tende a mettere in atto dei meccanismi di gestione della paura che finiscono nel tempo per rivelarsi controproducenti.
Da un lato si cerca di tenere sotto controllo ciò che spaventa, dall’altro si tenta di prevenire nel migliore dei modi la morte fulminante.
1) Ascolto continuo del battito cardiaco o della pressione: si tiene sotto controllo il cuore per rassicurarsi e cercare di prevenire la morte improvvisa. Ma è un ascolto incerto perché in preda alla paura Si vuole ascoltare ma si è spaventati. Ciò fa si che al primo battito la paura sale…la tachicardia anche…ecco la conferma dell’infarto che fa andare ancora più la paura in escalation. Ansia e dolori al petto sono spesso correlati. In alcuni casi può anche accadere che la paura spinga invece a un evitamento totale dell’ascolto del proprio cuore ed anche in questo caso più si evita l’ascolto, più la paura di ascoltarlo aumenta e ogni minima percezione del cuore è vissuta con sempre maggiore terrore.
2) Richiesta di rassicurazione medica attraverso esami, visite, ECG, che, come nell’ipocondria più classica, rassicurano solo sul momento. Ma dopo un pò la paura ritorna, il dubbio che i precedenti esami possano non essere affidabili si riattiva e si ricomincia di nuovo con le visite.
3) Evitamenti precauzionali: il paziente evita sforzi, sport, attività, movimenti eccessivi. Ma possono essere evitate anche sostanze eccitanti come ad esempio il caffè per paura di attivare troppo il battito cardiaco e aumentare la probabilità di un esito infausto. Può accadere anche che ci si limiti nell’alimentazione, sempre nell’ottica che mangiare meno possa sforzare meno il cuore. Il paziente, spesso, inoltre, limita gli spostamenti evitando situazioni troppo spaventose o situazioni in cui potrebbe essere difficile ricevere soccorso nel caso in cui dovesse accadere il peggio.
Tali evitamenti però finiscono per incrementare la paura oltre che per creare una reale disabitudine del proprio cuore a certi sforzi.
Più si evita e più ci si convince che il proprio cuore effettivamente potrebbe cedere da un momento all’altro.
Più si sta fermi, meno il corpo si allena, più lo si tiene a bada e più accade che al minimo movimento il cuore non allenato si attiva velocemente.
L’attivazione rialimenta la paura, conferma il pericolo, mantenendo il circolo vizioso di risposte inefficaci che a loro volta alimentano l’ossessione fobica.

Superare la cardiofobia con la terapia breve strategica
La paura ossessiva dell’infarto, o ictus, può essere superata efficacemente con la terapia breve strategica.
Grazie alla psicoterapia strategica andremo a lavorare in modo mirato per interrompere il circolo vizioso di evitamenti e richieste di rassicurazioni che alimentano la paura.
E, soprattutto, inizieremo con il guidare la persona a riprendere un vero contatto con il proprio cuore, che tanto spaventa.
Attraverso tecniche mirate come il diario del cuore sarai supportato a ristabilire un contatto reale con esso, non un contatto incerto e spaventato.
Ciò permette sia dalle prime sedute una riduzione della paura e dei momenti di panico.
Il contatto guidato con il proprio cuore permette di percepire diversamente il battito cardiaco, la paura si abbassa, ci si sente sempre più tranquilli e liberi durante il giorno dal pensiero della paura.
Inoltre, più ci si riappropria dei propri spazi e delle attività per tanto tempo evitate, più il cuore si allena e si attiva di meno in risposta a sforzi, abbassando il livello di minacciosità percepita.
Dall’altra parte la riapertura verso esperienze fino a quel momento limitate permette di percepire un cuore più forte, che è in grado di reggere, e di liberarsi della tachicardia da ansia in maniera definitiva.
Andremo a costituire un nuovo equilibrio libero dalla paura e soprattutto a riattivare la percezione di avere un cuore robusto e sano.
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